Leggo un libro, che legge me.

Leggo un libro. O forse è il libro che legge me.

Mi gira la testa, parola per parola. Non si parla di anoressia, anche se questo termine appare quasi ad ogni riga. Si annaspa nel bisogno di esser ‘visti’. Con grande intelligenza, a conferma (per me) che quest’ultima non è talento che aiuta nella difficoltà, nell’impazienza del vivere.

“…quando leggo un romanzo non sopporto i passaggi troppo lunghi. E allora li salto per andare al <dunque>. L’ho sempre fatto. Anche quand’ero piccola. E talvolta lo faccio anche oggi, interrompendo il racconto di chi mi sta di fronte, perché ho capito…non c’è bisogno che mi spieghi tutto…dove vuole arrivare? Forse è per questo che da bambina non amavo Balzac e preferivo la poesia. La descrizione dei luoghi e dei fatti mi annoiavano. Cercavo subito i personaggi. Ma anche lì non m’importava di sapere se fossero alti o bassi bruni o biondi, magri o grassi….Volevo capire cosa pensavano, cosa provavano, cosa dicevano….”

 

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