Martedì.

 Suona la sveglia alle sette. Vorrei girarmi dall'altra parte; invece no, mi tiro su, decisa. Spalanco le finestre nel tentativo di far entrare un po' d’aria fresca, prima che la temperatura caliente di questi giorni finisca per far seccare anche gli acari sul cuscino. Per un attimo resto stordita…com'è bella la campagna al mattino, aprire gli occhi, lanciarli nel verde… è pace. Poi via, colazione, tentativo di riordino del solito caos quotidiano casalingo. Doccia, vestirsi. Rifiuti ben differenziati da portare via. Il sacchetto dell'umido che cola, sarà l'anguria del giorno prima. Acchiappo al volo un vecchio quotidiano da una pila di documenti infilati sotto il pc. Sto per strapparne qualche pagina e…è come andare sbattere contro una porta chiusa senza averla vista. Sbammm. Male… in alto, proprio sopra il titolo, vergato con una calligrafia allungata e spigolosa, c'è scritto Lilliana. Il mio nome. Il nome scritto da mia madre, quando ancora scrivere per lei era agevole e normale, e conservava per me gli articoli del quotidiano locale che m’interessavano.

Il cambiamento, il senso del tempo che passa,  e finisce, e non puoi più fare altro di quel che non hai fatto, non detto, mi arriva così. Come piccole orme che segnano il passo ormai andato. Fossati canta 'c'è tempo', ma non è vero, non c'è sempre tempo per quel che amiamo. Ricordo mia madre che mi chiedeva "non stendo bene le tue cose? perché ti da fastidio se lo faccio?". In realtà è che non amo che nessuno tocchi i miei panni, neppure la donna pagata per le faccende di casa. Non so perché, m’innervosisce. Oggi le gambe della mia mamma non le permetterebbero neppure di fare i tre gradini che portano al filo da stendere, senza essere accompagnata. Le sue mani per mettere su una molletta, richiederebbero una tale concentrazione da lasciarla stanca e stordita per buona mezz'ora. Certo…c'è stato tempo perché lei potesse salvarsi, per chiederle scusa di tante cose, anche di quei musi per i panni stesi in mia assenza. Tempo per abbracciarla ancora, per dirle 'ti voglio bene'. Ma è un tempo diverso, inesorabilmente diverso. Il nostro tempo, di mamma e figlia, non c'è più. Non c'è. E' finito. E' finito il tempo per conservarmi i giornali, per trovare i panni stesi e asciutti lasciati da lei per me.


 

E' un agosto caldo, questo. Un mese rarefatto, fatto di attimi collosi che m’inghiottono e poi  luci e aria che stordiscono di bellezza. Un mese per fare i conti con il tempo, con tutto quello che è passato e non tornerà più. Giorni che vorrei fermare, fermarmi. Che non so dove andare, se andare, perché. Ore che si snocciolano, l'una dopo l'altra, con ricordi che sembrano il presente, sapendo che non conosceranno futuro. 

Non so per quanto son rimasta con in mano  il quotidiano dal mio nome tracciato con la biro azzurra. Non lo  so. So che poi la gatta ha miagolato, ho messo via il giornale, chiuso le finestre,  e sono uscita fuori, sotto gli ulivi. Ho respirato un po', l'aria diventa sempre più calda, e sono andata via.

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