Mi martellava le dita, piano, con le sue, continuamente, come di una carezza che non vuol fare abituare a sè. E di tanto in tanto, con indice e medio, spostava quella ciocca che ricadeva dai capelli raccolti malamente con una matita dietro la nuca, e me la portava dietro l’orecchio, accompagnadola e poi tirandola verso il basso, quasi a volerle dare una compostezza certa.

Stavo immobile, con le mani sul grembo, il capo appena chino in avanti, lo sguardo dischiuso sulle sue dita sopra le mie,  Mi parlava, non so di che. Sentivo il suo odore  caldo di denti, lingua, labbra arrivarmi sul viso. Non volevo i suoi occhi. Spesso, nei miei incontri della vita, vi ho visto riflessa molta più grandezza di quanto  l’involucro di quella grandezza si consentisse di esprimere, raggiungere.  Ho amato bellezze che non si sono mai permesse di sbocciare.

Allora rimasi ferma, con lo sguardo basso, tra il suo alito e le sue mani. E mi concedetti la pazienza, la non fretta, di assaporare l’attesa.

 

 

 

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