Villa S. Angelo. Abruzzo. Parte I

Ritornano le immagini delle macerie. Arriva la notte e le rivedo.. C’è quel lenzuolo bianco amalgamato tra pietre e polvere che ritorna. Son riuscita a distogliere lo sguardo da scarpe, cassetti spalancati, cucine apparecchiate, giochi di bimbi. Ma su quell’innocuo lenzuolo bianco, resto di un letto distrutto e sepolto chissà dove, chissà come, che forse non significa niente, non sono riuscita a scivolare via.  Basta ora anche solo il’ntravedere una chiazza bianca, una busta fatta volare dal vento, per riprovare quella voragine allo stomaco e la bocca farsi asciutta e amara.
Provai per ben due volte quel giro tra le macerie,  spinta dalla gente del posto, quella stessa gente che tutt’oggi detesta i giri ‘turistici’ fra quelle pietre e polvere, che erano piazze, che erano case, che erano radici, che erano vita…la loro vita. Ma son stata presa a benvolere,  con quei miei occhi sempre troppo attenti e muti. La prima occasione le ebbi appena arrivata al campo tenda. Mi accompagnarono per poter fare delle riprese, ma appena arrivata al limite della zona rossa, spensi tutto e chiesi scusa. La voce mi si spezzò e mi allontanai. Un gentile signora, che aveva perso la casa nella quale sognava col marito di trasferirsi finalmente dopo una vita in un minuscolo appartamento in affitto a Roma, mi venne a riprendere. Mi consolò. Lei. Che aveva perso con la casa anche cognato e cognata, ritrovati abbracciati sul letto sotto un tetto sfracellatosi sopra di loro. Tornai indietro, feci due passi con lei, poi andammo via subito tutti. Questa donna mi disse tanto, non solo del terremoto. Parlò e si raccontò. Poi mi chiese se fossi per caso una psicologa :).
Altro tentativo il giorno prima di ripartire. Mi aggregai ad un gruppo di volontari guidati da alcuni vigili del fuoco. Pensavo sarebbe stato meno ‘ forte’. Calai i Ray-Ban sugli occhi e il caschetto protettivo sugli occhiali. Mi tenni in coda al gruppo, per non sentirne il vociare. Guardai, guardai senza fiato.  Non so raccontare. Una cosa è vedere una foto, un filmato. Un’altra cosa e camminarci in mezzo a quelle macerie. Nel silenzio irreale rotto solo dagli operai al lavoro. Non fui capace di sfiorare con un dito una pietra, io che tocco sempre tutto per sentire, tocco anche ciò che non si dovrebbe. Guardavo e ammutolivo. Spensi fotocamera e telecamera, avvisai la guida e al primo strappo della rete di recinzione ne approfittai per allontanarmi. Avevo le spalle curve. E mi sentivo pesante. Ogni cosa che avevo addosso sembrava pesante. E avevo voglia di vomitare. E piangevo senza rumore, senza singhiozzi. E sentivo le orecchie ronzare, come se l’aria intorno si stesse schiacciando intorno a me. Perchè tutto si può ricostruire, ma in una distruzione così nulla si recupera. Non si recupera la paura, la rabbia, la disperazione. Era agosto. E c’era il sole. E non c’era nulla di così tragico, a parte le macerie. Ma non ho bisogno dell’odor di sangue per sentire la morte. Purtroppo. E non delle urla disperate per ammutolire dal dolore. E su tutto, sopra ogni cosa, era immensa la mia inutilità. Non ero niente e nulla potevo. Nulla. Solo prendere quello sgomento, farlo mio e giurare che non l’avrei dimenticato. Ho giurato, io che non giuro mai.
In quei giorni a sgretolarmi furono poi i sorrisi miti, le chiacchere lente e vaghe dei pasti in mensa, le risate dei giovani dagli occhi spaventati, quei ‘non so che fare’ senza rancore, senza attesa, le cantate notturne al campo tenda con gli occhi delle donne che diventavano rossi e gli uomini che voltavano lo sguardo alle spalle, al loro paese che non era più, e poi ritornavano a guardare le donne, senza sapere che dire, che fare, spesso con le braccia dietro le schiena e le mani ad intrecciarsi sole. MI sgretolarono certi abbracci. Certi abbracci. E il silenzio tra le tende, là dove anche un bisbiglio passava da uno all’altro tra quei teli leggeri che proteggevano dall’umido e dalle scosse, ma non dal rispetto della propria intimità e dignità.

(…continuerà)
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6 Pensieri su &Idquo;Villa S. Angelo. Abruzzo. Parte I

  1. Non so raccontare. Una cosa è vedere una foto, un filmato. Un’altra cosa e camminarci in mezzo a quelle macerie. Nel silenzio irreale rotto solo dagli operai al lavoro. Non fui capace di sfiorare con un dito una pietra, io che tocco sempre tutto per sentire, tocco anche ciò che non si dovrebbe. Guardavo e ammutolivo. Spensi fotocamera e telecamera, avvisai la guida e al primo strappo della rete di recinzione ne approfittai per allontanarmi. Avevo le spalle curve. E mi sentivo pesante. Ogni cosa che avevo addosso sembrava pesante. E avevo voglia di vomitare. E piangevo senza rumore, senza singhiozzi. E sentivo le orecchie ronzare, come se l’aria intorno si stesse schiacciando intorno a me. Perchè tutto si può ricostruire, ma in una distruzione così nulla si recupera. Non si recupera la paura, la rabbia, la disperazione. Era agosto. E c’era il sole. E non c’era nulla di così tragico, a parte le macerie. Ma non ho bisogno dell’odor di sangue per sentire la morte. Purtroppo. E non delle urla disperate per ammutolire dal dolore. E su tutto, sopra ogni cosa, era immensa la mia inutilità. Non ero niente e nulla potevo. Nulla. Solo prendere quello sgomento, farlo mio e giurare che non l’avrei dimenticato. Ho giurato, io che non giuro mai….

    Io sono campano di nascita…. (anche se il sud non mi è mai piaciuto..e appena ho potuto sono scappato)
    Rileggendo… però….
    ho ricordato quel terremoto dell’ormai lontano novembre ’80….

    No.. non si dimentica…
    Soprattutto quando ci sei stato dentro…

    Bellissimo (e terribile) quello che hai scritto..
    E le parole riportate… sono per me.. uniche.
    Vere.

    +M.+

  2. Non so raccontare. Una cosa è vedere una foto, un filmato. Un’altra cosa e camminarci in mezzo a quelle macerie. Nel silenzio irreale rotto solo dagli operai al lavoro. Non fui capace di sfiorare con un dito una pietra, io che tocco sempre tutto per sentire, tocco anche ciò che non si dovrebbe. Guardavo e ammutolivo. Spensi fotocamera e telecamera, avvisai la guida e al primo strappo della rete di recinzione ne approfittai per allontanarmi. Avevo le spalle curve. E mi sentivo pesante. Ogni cosa che avevo addosso sembrava pesante. E avevo voglia di vomitare. E piangevo senza rumore, senza singhiozzi. E sentivo le orecchie ronzare, come se l’aria intorno si stesse schiacciando intorno a me. Perchè tutto si può ricostruire, ma in una distruzione così nulla si recupera. Non si recupera la paura, la rabbia, la disperazione. Era agosto. E c’era il sole. E non c’era nulla di così tragico, a parte le macerie. Ma non ho bisogno dell’odor di sangue per sentire la morte. Purtroppo. E non delle urla disperate per ammutolire dal dolore. E su tutto, sopra ogni cosa, era immensa la mia inutilità. Non ero niente e nulla potevo. Nulla. Solo prendere quello sgomento, farlo mio e giurare che non l’avrei dimenticato. Ho giurato, io che non giuro mai….

    Io sono campano di nascita…. (anche se il sud non mi è mai piaciuto..e appena ho potuto sono scappato)
    Rileggendo… però….
    ho ricordato quel terremoto dell’ormai lontano novembre ’80….

    No.. non si dimentica…
    Soprattutto quando ci sei stato dentro…

    Bellissimo (e terribile) quello che hai scritto..
    E le parole riportate… sono per me.. uniche.
    Vere.

    +M.+

  3. Sono stata là  per metà agosto e poi fine settembre. Le parole,le immagini, stanno venendo fuori ora.
    Imaginaire grazie anche solo per aver letto questo post. L’ho messo, ma non pensavo che qualcuno si sarebbe soffermato.

    Custode…hai vissuto un terremoto…mi colpisce questa cosa. mi fa ritornare ai tanti conosciuti là, alcuni oggi amici. mi mette anche un po’ a disagio, come del sentirmi più scoperta così. ma va bene, anzi grazie. per aver ascoltato quel che tu conosci (come di qualcuno che racconta a noi stessi quel noi abbiamo mangiato a cena e lo fa partendo dagli odori).
    che tipo, tu.
    🙂

  4. Sono stata là  per metà agosto e poi fine settembre. Le parole,le immagini, stanno venendo fuori ora.
    Imaginaire grazie anche solo per aver letto questo post. L’ho messo, ma non pensavo che qualcuno si sarebbe soffermato.

    Custode…hai vissuto un terremoto…mi colpisce questa cosa. mi fa ritornare ai tanti conosciuti là, alcuni oggi amici. mi mette anche un po’ a disagio, come del sentirmi più scoperta così. ma va bene, anzi grazie. per aver ascoltato quel che tu conosci (come di qualcuno che racconta a noi stessi quel noi abbiamo mangiato a cena e lo fa partendo dagli odori).
    che tipo, tu.
    🙂

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